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domenica 28 novembre 2010

Silvio, cazzi amari e cazzi a Marte...


Pasquino è tornato e questa volta rivolge la sua poetica a un fatto che ha dell'incredibile. Il restauro del Cazzo di Marte...






Restauro improprio
Le antiche statue, intere o mutilate
testimoniano il bello di civiltà passate.
Il gruppo marmoreo di Venere e Marte
è un prodotto dell’antica grande arte.
Però a Marte manca il pene
e Venere le mani non tiene.
“Non è possibile che un guerriero
non abbia il membro tutto intero”
Così tuonò il Berlusca adirato,
dal sesso sempre ossessionato:
“Sollecitate Bondi immantinente,
anche se di sesso è incompetente.
Faccia ricostruire il membro mancante
per rendere Marte più allettante”,
Anche se sul restauro antico non è concesso,
Bondi, sempre genuflesso, diè il permesso.
Corruppe un accomodante restauratore,
che si mise all’opera con lena e furore
e, così lavorando senza pausa e bene,
rimise alla scultura un vistoso pene.
Settantamila euro è costato,
ma il premier ora è accontentato.
Ogni mattina però lo guarda invidioso
e di quella durezza è quasi geloso.
“ Oh1 Lo avessi io a disposizione,
sarei del mondo il primo campione”.
Invece dispone di un surrogato,
invecchiato e da poco trapiantato,
come, per compiacere le belle dame,
sul capo stese un velo di catrame.
Povero Cristo! Sempre nel suo cervello
l’incontenibile, ossessionante rovello:
da mattina a sera sesso e affari
e al mondo non avere un suo pari.
Per questo non c’è medico né cura
che sia efficace, pronta e sicura.
Perciò, Silvio, datti una calmata;
sei ormai giunto a fine giornata.
Il tempo è scaduto ormai senza rimedio,
largo ai giovani e a te solo tedio.

Pasquino, novembre 2010

PS
Se pensate che sia solo uno scherzo.... ebbene vi sbagliate, è tutto vero, leggere per credere;

lunedì 13 settembre 2010

Pescatori mitragliati e diplomazia alle vongole


Questa volta "l'anguillone" che il Berlusca ci propina come ministro degli esteri da troppo tempo, si è superato. Il suo tentativo di arrampicarsi sugli specchi trasuda imbarazzo da tutti pori. Il capolavoro lo raggiunge con le considerazioni balistiche secondo cui i colpi sarebbero partiti verso l'alto ma poi avrebbero raggiunto l'imbarcazione italiana comunque (forse deviati col pensiero dai giudici comunisti o dai finiani traditori), pur essendo partiti da una motovedetta Italiana, frettolosamente regalata a Geddafi da quella volpe del nostro premier nel quadro degli accordi di cooperazione per intercettare i clandestini (accordo celebrato con l'ingombrante presenza di Gheddafi a Roma due settimane fa a botte di hostess prezzolate, conversioni mercenarie, sproloqui filo islamici e estemporane ridicole giustificazioni del regime satrapico italiano alle "intemperanze" del regime satrapico libico). Mi rimane solo un dubbio... Se i libici con le nostre motovedette, ai nostri pescatori li smitragliano, a quei poveretti dei disperati clandestini che faranno, je butteranno l'atomica!?!? Comunque complimenti a Berlusconi "the Fox" e a Frattini, il suo profeta!!!

Quest'articolo lascia increduli!!!!!

CANALE DI SICILIA

I libici mitragliano un peschereccio
Finanzieri italiani sulla nave di Tripoli

La sparatoria è avvenuta domenica sera. L'equipaggio è riuscito a evitare l'abbordaggio e ad allontanarsi. La motovedetta è una di quelle che la Gdf ha ceduto al governo di Gheddafi. A bordo anche sei militari italiani. Frattini: "La Libia ha chiesto scusa". Maroni avvia inchiesta


AGRIGENTO - "È stato un inferno: i proiettili rimbalzavano dal ponte fino alla sala macchine. Ci siamo distesi tutti a terra pregando che nessuno di noi venisse colpito". Il capitano Gaspare Marrone va in mare da oltre trent'anni, con la sua barca ha affrontato molte volte la burrasca e ha salvato la vita a decine e decine di migranti che avevano fatto naufragio nel Canale di Sicilia. Ma i momenti terribili vissuti ieri sera, insieme con i suoi dieci uomini d'equipaggio, difficilmente potrà dimenticarli.

"Ha ragione il comandante, siamo vivi per miracolo", continuano a ripetere i marinai dell'"Ariete", il peschereccio della flotta di Mazara del Vallo mitragliato da una motovedetta libica perché non si era fermato all'alt. Quello che il capitano Marrone e i suoi uomini non sanno ancora, mentre nel porto di Lampedusa ricostruiscono gli attimi convulsi dell'assalto, è che a bordo dell'unità militare libica c'erano anche sei uomini della Guardia di finanza italiana. Si tratta infatti di una delle sei motovedette consegnate alla Libia dal governo italiano, nell'ambito del trattato di "amicizia" siglato due anni fa tra i due Paesi.




Frattini: "La libia ha chiesto scusa". "A seguito dell'azione della nostra ambasciata, il comandante della Guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità italiane per l'accaduto". Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ai microfoni del Tg1, commentato la vicenda del peschereccio colpito con armi da fuoco da una motovedetta libica. "Il comandante libico ha ordinato di sparare in aria - ha spiegato Frattini - anche se poi purtroppo i colpi sono arrivati sulla barca italiana". Il ministro, poi, ha detto che il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha aperto un'inchiesta sull'episodio: "Posso dire che il ministro Maroni stasera ha deciso di avviare un'inchiesta sui fatti e di convocare già per domani una riunione sul funzionamento delle regole d'ingaggio". Sparare, infatti, "esula dalle regole di ingaggio", sottolinea Frattini.

L'opposizione: "Il governo riferisca". "Chiediamo che il Governo riferisca subito in Parlamento sul caso Libia. Siamo indignati: abbiamo subito le beffe e oggi anche il danno", dichiara il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Analoga richiesta dal Pd con la coordinatrice delle commissioni istituzionali del gruppo del Pd alla Camera, Sesa Amici. E Luigi De Magistris, eurodeputato Idv, osserva: "Se il governo italiano accoglie un dittatore come Gheddafi tra onori e celebrazioni, non ci si può stupire se poi questo stesso dittatore si sente autorizzato a considerare il Mediterraneo come una dependance personale dove poter agire indisturbato violando il diritto internazionale".

La dinamica.
Il tentativo di abbordaggio è avvenuto intorno alle 22, quando il motopesca si trovava a circa 30 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali: "Ci hanno intimato di fermarci - racconta il comandante - ma io, sapendo quello che ci aspettava, ho preferito proseguire spingendo i motori al massimo. A questo punto hanno aperto il fuoco, continuando a sparare a intervalli di circa un quarto d'ora-venti minuti".

Il capitano ha ancora negli occhi il terrore provocato da quei colpi di mitraglia: "Ci hanno inseguito fin quasi dentro le nostre acque territoriali. Solo all'alba, quando eravamo in vista di Lampedusa, ci siamo sentiti in salvo". Da anni le autorità libiche rivendicano la loro giurisdizione sul Golfo della Sirte, sequestrando le imbarcazioni mazaresi sorprese a pescare in quel tratto di mare.

Ma il capitano assicura che l'"Ariete", al momento del tentativo di abbordaggio, stava navigando e non era impegnato in una battuta: "Non avevano nessun diritto di fermarci".

E invece i militari libici, nonostante la presenza a bordo dei finanzieri italiani, hanno usato le maniere "forti" per convincere i marinai a desistere dalla fuga, come testimoniano la fiancata sinistra e la cabina del motopesca sforacchiati dai proiettili: "Hanno sparato all'impazzata. Solo per un caso non hanno provocato l'esplosione di alcune bombole di gas che erano in coperta", sottolinea Alessandro Novara, uno componenti dell'equipaggio. Gli fa eco Tameur Chaabane, un altro marittimo tunisino imbarcato sull'"Ariete": "I libici sono degli incoscienti, perché sparare all'altezza della cabina di comando significa volere uccidere".

Ed è proprio il comandante Marrone a sollevare, con i suoi marinai, il dubbio che la motovedetta che li ha mitragliati sia uno dei sei pattugliatori italiani "regalati" a Gheddafi. "Non posso esserne certo - spiega - ma era del tutto simile a quelle utilizzate dalla nostra Guardia di finanza e dalla Capitaneria di porto". La conferma arriverà solo qualche ora dopo, quando l'equipaggio dell'"Ariete" ha già ripreso il mare per proseguire la battuta di pesca nel Canale di Sicilia.

La procura apre un'indagine. La procura della Repubblica di Agrigento ha aperto formalmente un'inchiesta sul mitragliamento. I magistrati hanno disposto accertamenti - che sono stati delegati al Ris dei carabinieri - sui fori di entrata dei proiettili per verificare se i militari libici abbiano sparato ad altezza d'uomo. (13 settembre 2010)


domenica 18 luglio 2010

18 terribili anni senza Paolo

E' stato tutto inutile? 18 anni fa moriva atrocemente un piccolo grande uomo e la sua scorta. Oggi, ci ritroviamo al governo gente che pensa che un mafioso pluriomicida morto in carcere, che faceva lo stalliere di Arcore sia un eroe. Ci ritroviamo al governo sciagurati che noncuranti della crisi, del prezzo dell'energia, dell'evasione fiscale a livelli record, della disoccupazione dilagante, hanno bloccato il Paese da molti anni solo su provvedimenti miranti a impedire a gente come Paolo Borsellino di fare il suo lavoro. Ci ritroviamo con 12 milioni di Italiani che votano il principe dell'illegalità, il vate dell'eversione costituzionale. Non solo lo votano, ma gli piace un casino, proprio per il suo carattere fortemente illegalitario e eversivo! Purtroppo ci ritroviamo anche una opposizione balbettante, pasticciona (o forse venduta), che non prepara una alternativa e non incalza questo governo, il cui capo è entrato in politica come espressione DIRETTA dei poteri mafiosi, anche se le inchieste giudiziarie al riguardo vanno a rilento perchè il potere politico soffia un forte vento contrario all'accertamento della verità su quegli anni e sulla nascita dell'avventura politica dell'ometto di Arcore. Questa indecente opposizione si nasconde, cerca compromessi al ribasso, e quando potrebbe farlo cadere, invece questo governo lo supporta facendo mancare il numero di suoi parlamentari che l'avrebbero fatto andare sotto in un voto di fiducia (è successo a ottobre sul decreto sullo scudo fiscale). Allora oggi, 18mo anniversario della morte di Paolo Borsellino, spero proprio di non vedere nessun uomo politico e nessun elettore berlusconiani infiltrarsi nelle celebrazioni. Loro il nome di Paolo Borsellino non possono nemmeno pronunciarlo perchè lo sporcherebbero con la loro ipocrisia. E quanto ai politici di opposizione, suggerisco che vadano al mare per rinfrescarsi le idee ma lascino perdere le celebrazioni. La loro ignavia è una colpa che Paolo Borsellino non sopportava, perchè la considerava una forma di complicità. Era un uomo semplice che amava passeggiare sulla spiaggia di Villagrazia con la moglie e che si occupava della mamma malata e bisognosa di cure. Ma era anche un uomo che credeva nella giustizia, nella necessità della giustizia. E per questo è morto. E è diventato un eroe, suo malgrado. Oggi lasciamolo riposare in pace, evitiamo le celebrazioni, e se ne siamo capaci (ma temo proprio di no), celebriamolo da domani, facendo di tutto perchè non passi la vergogna del decreto sulle intercettazioni che serve solo a Berlusconi e alle sue cricche per farla franca ed evitare il giudizio dei giudici come Paolo Borsellino e dell'opinione pubblica che lo ha sostenuto in vita e ne onora oggi la memoria.

sabato 26 giugno 2010

L'AUTOBUS AZZURRO NELLA NOTTE NERA.
Quattro ragioni perchè Abete vada a casa. Per sempre!

"Il nostro AZZURRO nel cielo d'Africa" era scritto poeticamente sui finestrini dell'autobus. Ma "il nostro azzurro" non è arrivato neanche agli ottavi. Dopo l'intrepida resistenza agli assalti dei giganti della Nuova Zelanda e l'eroica opposizione ai Titani della Slovacchia, l'azzurro nel cielo d'Africa è prematuramente tornato nel cielo d'Italia, lasciando l'Africa (e la Coppa del Mondo) a colori più plausibili, quali il verdeoro carioca o il blancoceleste argentino. All'eliminazione, sono seguiti due giorni di stucchevoli polemiche, da quella sulla banale ma certo non incomprensibile vignetta mortuaria di Libero (se Pepe ci avesse messo contro i Kiwi la metà dell'aggressività che ha manifestato contro Forattini avremmo vinto sette a zero), a quella sui club-italiani-che-comprano-troppi-stranieri-e-non-fanno-crescere-i-vivai, che sarà anche vero ma non ha niente a che vedere col fatto che Lippi abbia sempre avuto le sue fisse, per esempio intestardendosi a far giocare Marchisio, "per fargli fare l'incursore alla Perrotta" (ma convocare direttamente Perrotta no eh?), o che non abbia recepito il messaggio chiaro e forte che veniva da Quagliarella (unico attaccante in forma tra quelli che si era degnato di portare in Sud Africa), che aveva segnato il goal del pareggio nell'amichevole con la Svizzera quando da mesi ormai tutti gli altri attaccanti selezionati da Lippi si rifiutavano pervicacemente di presentarsi al loro appuntamento con il goal, e se non fosse stato per il suicidio interno della Georgia con lo sfortunato doppio autogoal di Kalazde il 9 maggio 2009, nel 2010 col cavolo che portavamo l'azzurro nel cielo d'Africa.
Quell'Azzurro italiano nel cielo d'Africa, suona oggi più doloroso dell'Arbait Macht Frei affisso all'ingresso di Auschwitz (mi si scusi il paragone impegnativo). Un gran colpo comunicativo per presentare il nulla. Verrebbe da parafrasare Churchill (aridaje coi paragoni impegnativi) : "l'autobus azzurro si fermò alle partenze dell'aeroporto di Città del Capo e non scese nessuno. Erano i giocatori dell'Italia!". Troppo facile adesso "assumersi le responsabilità". Senza dimissioni immediate questa assunzione di responsabilità è un vuoto artificio retorico. Dimissioni mica di Lippi che tanto si sapeva che dopo 'sta botta di poker col bluff, avrebbe lasciato comunque, ma del Presidente della Federcalcio, Abete, che ha dimostrato la sua totale incompetenza non solo in materia di calcio ma anche di management, e se avesse un minimo di buon gusto, avrebbe dovuto già dimettersi, per le seguenti ragioni:
1) l'Italia, incautamente riaffidata a Lippi, esce dal Mondiale al primo turno, con due punti, e al 26mo posto, facendo meglio solo di Francia, Nigeria, Corea del Nord, Algeria, Honduras, e Camerun. Perfino il risultato all'Europeo del tanto esecrato (e frettolosamente scaricato) Donadoni appare come un trionfo rispetto a questa bruciante umiliazione;
2) ha subìto passivamente la progressiva esterofilia dei club italiani senza riuscire a esercitare nessuna influenza per convincere i Club a investire sui vivai piuttosto che sugli stranieri, e senza prendere nessuna iniziativa degna di nota per rilanciare il calcio giovanile e amatoriale, indispensabile per creare un ricambio ai campioni del passato, come invece ha fatto (e si vede) la Federcalcio tedesca dopo il tonfo del 2006 ;
3) ha asservito la Nazionale agli orizzonti a breve termine di un CT scelto guardando al passato invece che al futuro. Non si costruisce un progetto a lungo termine con un allenatore a brevissimo termine, e interessato solo a emulare Pozzo, senza però avere il fascismo alle spalle. L'aver scelto "l'usato sicuro" Lippi (che poi tanto sicuro non era, come si è visto...), è una scelta da avventore del Bar Sport, non da Presidente Federale, dal quale è lecito aspettarsi qualcosa di più;
4) ma la ragione principale per cui Abete (e con lui il vacuo vicepresidente Albertini, foglia di fico "calcistica" di una Federcalcio inadeguata) dovrebbe dimettersi, è anche la ragione precisa per cui non si dimetterà e per cui in Italia nessuno mai si dimette: Abete è un grigio burocrate, approdato al calcio per dinamiche politiche assolutamente estranee a qualunque considerazione sulla competenza e l'influenza che il ruolo richiede. La stessa logica per la quale un Carraro, siccome deve fare per forza qualcosa, (l'ha ordinato il medico!) quando non può più fare il presidente della Federcalcio lo si parcheggia a fare il Sindaco di Roma in attesa che i tempi maturino perchè lui ritorni in Federcalcio per regalarci quel disastro ancora più grande che è stato Calciopoli. Infatti Abete, anche ammesso che dovesse dimettersi a furor di popolo, ce lo ritroveremo in qualche altro ruolo dirigenziale o politico. Deve trattarsi dello stesso medico di Carraro, quello che ordina che questi incompetenti che non hanno mai letto non dico un libro, ma neanche un manuale di gestione aziendale, che hanno una proprietà di linguaggio inferiore a quella di Martufello, debbano necessariamente fare qualcosa di importante. Quattro anni fa "il cielo era azzurro sopra Berlino". Oggi usciamo umiliati e svergognati al primo turno. Al timone sempre lo stesso uomo. E' colpa sua o di chi ce l'ha messo?

domenica 23 maggio 2010

Inter: campioni e mercenari.

L'inter ha meritatamente vinto la Champions. Ha compiuto un percorso non facile. Ha eliminato il Barcelona e il Chelsea, mica solo il Rubin Kazan. Su questo non ci piove. E l'inter ha anche un grande Presidente figlio di un grande Presidente. E anche su questo non ci piove. Vincere la coppa dalle grandi orecchie dopo 45 anni è una impresa che rimane nella storia, e tutto il calcio italiano, in primo luogo noi romanisti dobbiamo essere grati all'Inter per aver "salvato" il quarto posto, messo a repentaglio da anni consecutivi di eliminazioni precoci e brutte figure in Europa. Va bene. Ma la squadra che ha vinto ieri sera la finale di Madrid, aveva un solo italiano; il Presidente Massimo Moratti. Un gran signore, della cui conoscenza personale mi onoro. E in fondo questo post è dedicato soprattutto a lui. Perché non si merita il trattamento a cui lo stanno sottoponendo i protagonisti di una farsa di cattivo gusto. La scena deprimente alla quale stiamo assistendo, è quella di topi che scappano da una nave che non affonda, ma da una nave che naviga maestosa e ha vinto tutto. Che razza di topi sono questi? Da Romanista sono abituato a soffrire e a vincere poco. Ma sono anche abituato a dare un senso di romanità alla mia vittoria. Il primo scudetto ebbe a protagonista Amadei, il secondo Conti e il terzo Totti. Nel mio immaginario di romanista povero di vittorie ma ricco di sentimento, non è immaginabile un allenatore che porta la squadra alla vittoria in tre competizioni e poi abbandona. O, ancor peggio, un giocatore che segna le reti decisive per il "triplete" e poi ha il cattivo gusto di annunciare, il minuto dopo la consegna della coppa più prestigiosa, che leva il disturbo. Dopo neanche un anno. Se Mourinho e Milito sono stati decisivi per raggiungere questo straordinario risultato per l'Inter, per rispetto al Presidente Moratti e ai compagni che restano, quelli che pur non essendo italiani, però non sono neanche mercenari (ad esempio Zanetti, Capitano da 15 anni), avrebbero anche potuto aspettare la fine dei festeggiamenti prima di annunciare la loro fuga. Io, da romanista trovo questo scandaloso! Io da romanista sono abituato a campioni fedeli alla maglia, non a mercenari fedeli al solo portafoglio. Per carità, qualcuno c'è stato, ma si è trattato di deplorevoli eccezioni. Io sono abituato a pensare che chi conduce la squadra a una finale di coppa dei campioni, poi rimanga a curarsi del settore giovanile di quella squadra, come ha fatto Bruno conti, onore a lui! Non capisco come si possa vincere una coppa dei Campioni e squagliarsela come ladri il minuto dopo solo perchè c'è un'offerta più allettante da parte del Real Madrid. Io da romanista, avrei preferito vedere i tifosi interisti celebrare senza quest'ombra, questa macchia, la splendida vittoria di Madrid. E sono sicuro che, passata l'ubriacatura celebrativa, anche i tifosi interisti lo avrebbero preferito, a cominciare da quel galantuomo di Moratti, trattato come un bancomat ch ha finito i soldi.

giovedì 20 maggio 2010

Pasquino is back! E questa volta ce l'ha con i Celti allo zafferano!


Pasquino ha colpito ancora! Ieri mi è improvvisamente comparso nella posta arrivata della mia casella di posta elettronica una nuova poesia di Pasquino. Come sta ormai cominciando a diventare consuetudine mi pare giusto "affiggere" questa nuova esilarante poesia del poeta-bandito nel mio blog!
Buona lettura a tutti!

La trasmigrazione delle anime dei Celti

I Celti erano dei veri fusti:
alti, muscolosi e robusti,
bevitori, irascibili e litigiosi,
di divinità naturali religiosi:
acqua dei fiumi, albero secolare
erano loro Dio, loro altare.
Trasmigrazione la loro fede,
che dopo morte testè succede.
Perciò in pugna erano nudi
con elmo a corna e senza scudi.
Oggi dove son trasmigrati?
Nei capi della Lega esagitati.
Trasmigrazione mal riuscita.
Vedi, infatti, a chi han dato vita.
E’ muscolo di Borghezio il lardo,
usato in mischia come baluardo?
E’ celtica la pancia che traballa
di Calderoli che cammin balla
o quando con fare imperioso
solo carte distrugge festoso?
E Maroni ha un’altezza deguata
dai poderosi Celti ereditata?
E Cota che rischia di svenire.
quando esprime suo inutil dire?
E Zaia, e Tosi e Salvini
sol contro deboli spadaccini?
E Bossi che con viso scuro
sbraita torvo:” “L’ho duro?”.
Ma è solo una pura trovata,
per tenere gente incantata.
Ora deciso e con cipiglio
ha messo in scena il caro figlio,
che balbetta e con testa dura
ha il primato della bocciatura.
Simbolo è Alberto di Giussano
che gli storici cercano invano
tra documenti e carte antiche,
ma senza esito loro fatiche.
Insomma è bugiarda invenzione,
per darla a bere al popolo coglione.
Mai esistito storico documento
che parli di Pontida il giuramento.
Con elmo a corna Leghisti radunati,
si credono Celti trasmigrati,
ma forse son Menelao recenti.
traditi da mogli impenitenti.
“ Pasquino, ancora ti accanisci
e i Nordisti di nuovo colpisci?”
“Si, per memorar chi diede sua vita
a fare Italia una nazione unita,
tanti generosi e senza tentennamento,
che fecero glorioso il Risorgimento”

Pasquino, maggio 2010.

martedì 18 maggio 2010

La Terza Rivoluzione Industriale, è già incominciata. In Sicilia.



Con il convegno dal titolo “Terza rivoluzione industriale e nuova occupazione”, si discute a Palermo, giovedì 20 maggio 2010, all’Hotel Addaura, di posti di lavoro creati da un modello energetico di Terza rivoluzione industriale. L’evento è organizzato nel contesto del Windsurf World Festival di Mondello, e non avrebbe potuto trovare una collocazione più simbolica. Infatti questo happening vede il passaggio di centinaia di migliaia di giovani amanti del mare e degli sport che sono basati su vento sole e acqua, proprio gli ingredienti principali del modello energetico di Terza rivoluzione industriale. E infatti i giovani sono il motore di questo nuovo modello energetico, perché esso si incrocia con i social network attraverso i quali passa la loro comunicazione.
L’informazione centralizzata in pochi network televisivi ha progressivamente lasciato il posto alla comunicazione interattiva e decentrata su internet, con le comunicazioni mobili e satellitari, gli sms, mms, etc.
Milioni e milioni di cittadini, per lo più giovani e adolescenti, comunicano fra di loro trasmettendo video, testi, immagini, dati, attraverso le varie applicazioni che la rete offre loro (email, youtube, facebook, myspace, wikipedia, twitter, msn, skype…), abbandonando progressivamente il ruolo di puri consumatori e diventando anche fornitori di informazione.
La stessa cosa sta lentaamente accadendo, grazie alle nuove tecnologie, anche nel settore dell’energia, e come Jeremy Rifkin ha lucidamente previsto fin dal 1995 con il libro “La fine del lavoro”, il carattere interattivo e decentrato della produzione di informazione si trasferisce sempre più anche al settore dell’energia. La convergenza di un modello di comunicazione interattivo e decentrato con un modello energetico altrettanto interattivo e decentrato, comporta ricadute positive sul quadro socio-economico e occupazionale, oltre che su quello della democrazia, più in generale.

La seconda rivoluzione industriale ha permesso un impetuoso sviluppo della specie umana, ma ha anche prodotto i guasti climatici che sono sotto gli occhi di tutti, oltre che una società verticistica, ineguale e ingiusta, a immagine delle fonti fossili e concentrate che l’hanno caratterizzata (carbone petrolio uranio e gas). Questo si manifesta oggi con l’intrecciarsi delle tre crisi, economica, ambientale e energetica che segnano il picco della globalizzazione e l’entrata in crisi strutturale di un modello economico in cui la produzione e la distribuzione dell’energia erano riservate a poche caste e potentati seduti sulle riserve di petrolio o i giacimenti di uranio, oltre che sulle montagne di capitali pubblici e privati necessari a sfruttare tali fonti concentrate. Con la Terza Rivoluzione Industriale non sarà più così.

In un futuro non troppo lontano, tutti saremo in grado di produrre la nostra energia, nelle nostre case, nelle fabbriche, negli uffici, negli alberghi, negli ospedali, nei centri commerciali, negli impianti sportivi, nelle aziende agricole. E attraverso un sistema di rete intelligente saremo in grado di scambiarci l’energia così prodotta in un vasto network interdipendente, e di accumularla sotto forma di idrogeno. Tutti diventeremo insomma, produttori, e non solo consumatori di energia, in parallelo con l’informazione, in un nuovo quadro economico che Rifkin definisce di “capitalismo distribuito”.

Questo nuovo modello energetico a emissioni zero, non è solo una necessità sul piano climatico e ambientale, ma rappresenta anche la base per una ripresa economica di proporzioni epocali (tanto che si parla di Green New Deal), perché esso presuppone una intensità di lavoro di gran lunga superiore all’intensità di lavoro dei modelli energetici basati sulle fonti concentrate per eguale unità di prodotto, e una conseguente creazione di impresa, occupazione legata al territorio e costante innovazione tecnologica, per un piano strategico economico di lungo periodo (quello che Jeremy Rifkin chiama “economic long-term game plan”).

La Terza Rivoluzione Industriale creerà milioni di posti di lavoro nei settori energetico e delle telecomunicazioni avanzate contribuendo in modo determinante a risolvere la crisi economica globale di cui la crisi del credito è solo un effetto evidente.

I piani di salvataggio delle banche sono azioni necessarie ma non sufficienti, perché agiscono solo sull’effetto più evidente della crisi strutturale della seconda rivoluzione industriale. Per agire sulle sue cause bisogna creare e distribuire ricchezza, creando posti di lavoro stabili e locali, che permettano ai cittadini di consumare senza trasformarsi in “cattivi creditori”.

L' estensione della Terza Rivoluzione Industriale dal campo dell’informazione a quello dell’energia è un processo epocale, irreversibile e inarrestabile. Ma si tratta di un processo la cui velocità dipenderà dalle politiche pubbliche per il clima e l’energia. Esso accelererà se prevarranno orientamenti ispirati all’innovazione tecnologica, al decentramento produttivo e alla sostenibilità. Esso è invece destinato a rallentare inesorabilmente laddove prevarrà la tendenza alla conservazione dei modelli energetici basati sulle energie concentrate e in difesa del lucroso business model che essi continuano a garantire a monopoli e potentati energetici.

In proposito Jeremy Rifkin suole ricordare che siamo al tramonto delle energie concentrate che hanno caratterizzato l’impetuosa crescita della seconda rivoluzione industriale, e che i tramonti durano molto, dunque dobbiamo approfittarne per cominciare a predisporre da subito l’infrastruttura energetica basata sulle fonti solari e rinnovabili. La nostra atmosfera infatti, sempre nelle parole di Rifkin, “si sta esaurendo molto più rapidamente dei combustibili fossili”.
.
É dunque sconsigliabile aspettare di aver esaurito l’ultima goccia disponibile di petrolio prima di incominciare a predisporre un’alternativa.

É invece interesse comune della razza umana intraprendere una missione epocale atta a accelerare al massimo la trasformazione dei processi energetici secondo il modulo della Terza Rivoluzione Industriale, per ripristinare al più presto possibile l’equilibrio chimico della nostra biosfera, quella che ha permesso l’emergere e l’evolversi della razza umana, e la cui alterazione irreversibile comprometterebbe le condizioni della nostra sopravvivenza.

Si tratta di quella che Rifkin ha battezzato “Politica della Biosfera” in opposizione alle geopolitica che dalla pace di Westfalia in poi, ha devastato, i nostri continenti, incendiandoli con tragiche avventure militari nelle quali milioni di esseri umani hanno perso la vita in guerre il cui scopo, dichiarato o meno, era sempre l’accesso alle fonti concentrate di energia.
In questo sforzo epocale, ciascuno è chiamato a fare la sua parte, e gli enti locali assurgono a nuovi livelli di protagonismo che non sono mai stati a loro disposizione fino ad ora perché la produzione energetica basata sulle fonti fossili e concentrate è sempre stata fuori della portata loro, come della piccola e media impresa, delle famiglie e dei singoli individui. Si apre dunque una grandissima opportunità di innescare nuove politiche virtuose dell'energia che, a partire dal livello locale, coinvolgano democraticamente tutti i cittadini e permettano una redistribuzione della produzione dell'energia e della ricchezza ad essa legata. E in ultima analisi una espansione della democrazia.

La disponibilità diffusa delle fonti energetiche distribuite, a differenza di quelle tradizionali, concentrate nelle mani di pochi potentati mondiali, permette alla Terza rivoluzione industriale di essere realizzate anche su piccola scala, ad esempio a livello regionale o anche comunale. Questo è appunto quello che sta avvenendo in Sicilia, dove imprese che installano ilo fotovoltaico hanno deciso ad esempio di fare una scelta “etica” e di diminuire i profitti provenienti dal loro lavoro per addestrare giovani disoccupati o anche appartenenti a categorie sfavorite, come i sordi della Cooperativa Segni di Integrazione, che grazie ad un processo empatico voluto dal CETRI, hanno potuto essere formati e poi inseriti in un lavoro fatto dall’azienda Meridiana di Palermo per le Cantine Cusumano di Partinico.

Ma attenzione, una rivoluzione non è sempre un processo così pacifico! Si impongono talvolta scelte nette, anche violente. Ci sono vinti e vincitori. In questo caso i vinti hanno ancora un grande potere, perché fondano ancora la maggior parte del nostro attuale modello energetico insostenibile. E non si arrenderanno senza combattere in difesa dei loro interessi. Aspettiamoci i colpi di coda dell’animale ferito. E forse è in questa chiave che vanno letti alcuni clamorosi sviluppi della cronaca siciliana degli ultimi giorni.

lunedì 17 maggio 2010


Dalla lezione di Copenhagen alla speranza della Sicilia


La Conferenza Climatica Onu COP 15, meglio conosciuta come "conferenza di Copenhagen" ha avuto un esito prevedibilmente negativo e inconcludente. Per meglio comprendere le ragioni del "fiasco danese" bisogna andare oltre il rituale "blame game" il gioco delle colpe, lo scarica barile che si e' scatenato nei giorni immediatamente successivi e che ancora oggi anima il dibattito al riguardo.

Atteggiamento eccessivamente conciliante e realismo opportunista di Obama? Forse.

Doppio gioco cinese con continuo spostamento delle condizioni e tattiche filibustiere? Certamente ma non solo.

Eccessiva rigidità della co-conduzione danese-olandese (Yvo de Boeur, Grand Commis ONU per il clima è appunto olandese e si è dimesso dopo il fiasco)?

Mancata leadership europea? Innegabilmente, ma...

le ragioni del fallimento vanno lette molto più in profondità.

Io comincerei col mettere in questione l'approccio limitativo e negativo che la politica climatica internazionale ha stabilito a partire da Rio, approccio poi cristallizzato con il protocollo di Kyoto. Un approccio che, se poteva avere un senso negli anni novanta, oggi appare superato sia sul piano energetico, che su quello ambientale, economico e tecnologico. Un approccio che ha portato la Commissione Europea a commettere l'errore, nonostante il parere contrario di fior di esperti di comunicazione, di lanciare la parola d'ordine del "burden sharing" (poi mitigata nel meno sinistro ma sempre negativamente connotato "effort sharing").

In altre parole, oggi non ha più senso chiamare la comunità internazionale e i leader mondiali a confrontarsi su quante emissioni tagliare, di quanto limitare la crescita, entro quando e con quali costi. Questo approccio, totalmente negativo, non entusiasma più nemmeno gli ambientalisti più convinti, crea diffidenza e sospetto fra Paesi e categorie di Paesi ( gli inquinatori e i non inquinatori, gli sviluppati e i sottosviluppati, i "buoni" e i "cattivi"). Dare obiettivi negativi da raggiungere non funziona più. E' ora di prenderne atto e di elaborare una nuova piattaforma che converta in positivo la "narrazione climatica ("positive narrative" nelle parole di Jeremy Rifkin), e di definire un piano economico di lungo periodo in cui gli obiettivi per ogni Paese siano di crescita (economica, occupazionale, tecnologica) invece che di "riduzione" del danno ambientale, di "limitazione" dellindustria, di "contenimento" delle emissioni.

Il raggiungimento degli obiettivi deve essere visto come una "opportunity" invece che come un "burden" o un "effort". E' chiaro che questo nuovo approccio presuppone un cambiamento di prospettiva, una vera e propria rivoluzione copernicana, in cui i punti di riferimento paradigmatici devono essere quelli positivi, di crescita, della Terza Rivoluzione Industriale, che comportano la predisposizione di una nuova infrastruttura energetica distribuita e interattiva. In altre parole una nuova visione energetica e economica che acceleri la transizione dal ciclo del carbonio (e delle altre fonti concentrate come l'uranio) al ciclo del sole e dell'idrogeno. Una visione anti-entropica dell'uso delle risorse naturali, in primo luogo quelle energetiche, in cui il principio del "parco naturale" diventi la regola e non l'eccezione, esca dalle logiche della "riserva" nella quale confinare il creato mentre il resto della natura può essere placidamente devastato in nome di un malinteso concetto di progresso.

Una nuova visione del mondo che integri la specie umana e i suoi processi energetici negli ecosistemi di quella biosfera che ne ha permesso la nascita e la crescita. In questo senso bisogna guardare con ammirazione all'esperienza Siciliana in cui si è sta avviando, in poco tempo e nonostante inimmaginabili pressioni contrarie, uno straordinario laboratorio delle nuove energie, che porterà nella scia di regioni che ormai da anni sono leader delle fonti energetiche di terza Rivoluzione Industriale come la Navarra e l'Aragona. Mi piace pensare che in minima parte, a incoraggiare la regione siciliana su questa strada, sia stato il fatto di aver trovato al suo fianco, Jeremy Rifkin, che all'inizio di questo percorso, è venuto a sostenere le ambiziose politiche climatiche di questa regione, nella convinzione mai perduta ma anzi sempre rafforzata, che le Regioni, e gli enti locali in generale, possono e devono acquistare un nuovo protagonismo negli scenari energetici distribuiti della Terza Rivoluzione Industriale.

La Sicilia ha in programma lo sviluppo simultaneo dei quattro pilastri della Terza Rivoluzione Industriale, predisponendo le basi per una infrastruttura energetica rinnovabile. Questo permetterà l'accelerazione "quantica" verso la propria autonomia energetica, adottando politiche di sostegno alla rapida introduzione dei quattro pilastri, e coiè, oltre alle rinnovabili, l'edilizia a energia positiva, le reti elettriche intelligenti (smart grids) e l'idrogeno, un campo nel quale positive esperienze sono già incominciate con l’Istituto ITAE intitolato a Nicola Gordano” di Messina, esperienze che però devono adesso essere adeguatamente sostenute e ampliate, in modo da fare massa critica e creare"filiera" (i distretti produttivi, sorti con il sostegno delle organizzazioni imprenditoriali sono una prima condizione necessaria ma non sufficiente). Sarebbe ad esempio necessario collegare la Regione con le più avanzate esperienze in materia di idrogeno e smart grids, come il Walqa Technology Park in Aragona, o il centro di Keratea in Grecia. Società regionali, deputate istituzionalmente a creare incubatori di innovazione industriale sul territorio, potrebbero essere il motore della Terza rivoluzione industriale in Sicilia. Dobbiamo tener presente che l’introduzione di tecnologie energetiche avanzate, non avviene mai ad opera del solo settore privato. Non è mai stato così (pensiamo agli immensi investimenti pubblici nelle reti petrolifere e nel nucleare), e certo non sarà così adesso. Siamo al momento delle PPP (Partnership pubblico Privato). E in questo la Regione Siciliana, e le regioni in generale devono essere e rimanere in prima fila.

Questo nuovo protagonismo energetico degli enti locali, che sarebbe stato impossibile nello scenario energetico basato sulle fonti concentrate, totalmente fuori della portata (e anche della sensibilità) degli enti locali, può fornire quella speranza, negata dalla conferenza di Copenhagen , che l'uomo in fondo, non voglia scomparire, che ci siano ancora i margini per un recupero di "empatia" verso le generazioni future e verso quei nostri fratelli meno fortunati che pur non avendo beneficiato affatto dei vantaggi materiali della seconda rivoluzione industriale, rischiano adesso, per somma ironia della sorte, di pagare il prezzo più alto, con le alterazioni climatiche innescate dai duecento anni di follia petrolifera, che hanno sconvolto gli equilibri chimici della nostra biosfera fino a minacciare non il pianeta, come spesso erroneamente si sostiene, ma la nostra stessa sopravvivenza su di esso.

Con politiche energetiche di Terza Rivoluzione Industriale programmate in Sicilia si mettono le basi per una nuova crescita non solo economica ma anche sociale e democratica del territorio, per un nuovo modello energetico che sia portatore di speranza.

Quella speranza “Obamiana” che proprio a Copenhagen è stata negata dall’egoismo e dal pensare “vecchio” dei governi e che potrebbe essere restituita al cittadino proprio dalle Regioni e dalla Sicilia innanzitutto.

Per questo è molto importante avere un momento di riflessione come quello della Conferenza organizzata dal CETRI nell’ambito del Windsurf World festival a Mondello-Palermo giovedì 20 maggio 2010.

Per maggiori informazioni: http://cetri-tires.org/press/?page_id=361

domenica 2 maggio 2010

Il gelataio palermitano, Pasquino e la Lega









In una domenica post primo maggio in spiaggia a Palermo, ho trovato il tempo di farmi una chiacchierata con un simpatico gelataio palermitano che, sfegatato sostenitore del Presidente puttaniere e del diritto della Chiesa di sostenere un uomo politico anche se in aperta contraddizione con i principi del Vangelo, "purchè sia un buon premier" (la definizione di cosa sia un buon premier rimane del tutto soggettiva, evidentemente), mi ha rivelato che lui è d'accordo con Bossi e che da Siciliano si vergogna dei Siciliani che vanno al nord e ci fanno fare brutta figura perchè sono scansafatiche e disonesti mentre gli imprenditori del nord sono gente onesta e lavoratrice. Volevo rispondergli che i Siciliani, come tutti i meridionali, il nord padronale lo hanno fatto ricco con le loro braccia e con indicibili sacrifici personali e umani, ma ho capito che non sarebbe servito a niente, e che potevo anche risparmiare il fiato, perchè uno che si vuole male, e vuole male alla sua gente, è inutile cercare di convincerlo, perchè il mio era un ragionamento logico et etico, mentre il suo era un ragionamento emotivo e di comodo, quindi non parlavamo la stessa lingua. Ho anche capito perchè Berlusconi vince anche al Sud nonostante l'abbraccio della Lega al Nord. Perchè al sud ci sono elettori come il mio amico gelataio palermitano, autolesionisti fino al ridicolo, a cui non interessa niente che le politiche di questo governo, condizionate dalla Lega, mirino a sottrarre i miliardi dei fondi FAS al Meridione per renderlo ancora più povero, a sfruttarne le risorse senza pagare il dovuto prezzo, a smembrare la coesione sociale del Paese mentre l'Europa e il mondo vanno verso l'unità e l'Empatia. E quelli che la pensano così sono molti, e Berlusconi questo l'ha capito e riesce a comporre l'antimeridionalismo settentrionale e l'autolesionismo meridionale in un unico grande fattore di consenso che gli permette di restare a galla, creando quella massa critica di voti che, grazie alla legge elettorale-porcata (ancora una trovata leghista) diventano sufficiente per occupare il potere senza legge nè limiti.
Subito dopo, ho ricevuto da un misterioso amico che si firma Pasquino, (come la leggendaria statua romana a cui temerari oppositori del regime dello Stato Pontificio appendevano cartelli per lo più satirici contro il potere temporale della Chiesa), mi ha inviato questa simpatica poesia divulgativa che fa riflettere sulle strategie della Lega molto di più di qualunque analisi politologica, quanto mai inappropriata e sprecata visto che Castelli, Bossi Calderoli & C. più che degli uomini politici, sono dei simpatici caratteristi da B Movie. Allora voglio dedicare al mio amico gelataio palermitano, e a tutti quelli che la pensano come lui, la poesia di questo novello Pasquino meridionale, sperando che la satira riesca ad arrivare laddove la logica deve alzare le braccia!

La Lega ci slega.

Dal Nord la sabauda Monarchia
gridò forte :” L’Italia sia”.
Si impegnò per un’Italia unita
e a sogno secolare diè vita.
Ora dal Nord nuova monarchia
a distruggere l’unità dà il via.
L’Italia di Cavour e di Mazzini
intende ridurla a spezzatini
L’impresa dei Mille e Garibaldi?
Vecchia roba, da dare ai saldi.
E la memoria della Resistenza?
Certo se ne può fare senza.
I leghisti come cinici avvoltoi:
“La solidarietà? Son cazzi tuoi”.
Chi paga le multe quote latte?
Il Sud. La Lega se ne sbatte.
Ora si grida: “ A noi le banche.
Le società finanziarie? Anche!”
Parlano spesso di celtica civiltà,
mai esistita in tutte le età.
Sprezzanti, spavaldi solo a parole
nei loro raduni raccontan fole.
La loro “durezza” è solo vantata
in una ripetitiva arlecchinata.
Son cacciatori con armi impari
dei nuovi schiavi extracomunitari.
Falsamente si dicono cristiani
ma scaccian gli altri come cani.
Gridano sempre “Roma Padrona”,
ma vanno a caccia di poltrona
Ora il capo grida con cipiglio:
“Si merita dirigenza mio figlio”.
E i meriti? “ Non aver cura”.
Basta l’ennesima bocciatura.
Italia, svegliati! E’ già tardi.
O sbranata da lupi e gattopardi.
Ogni Italiano senta indignazione,
se vuol salvare Stato e Nazione.


Pasquino, aprile 2010

sabato 1 maggio 2010

I cormorani della Luisiana e gli apprendisti stregoni dell'energia



Il Cormorano, proprio lui, quell'elegante uccello che abbiamo visto fino alla nausea su tutti i media impiastricciato nel petrolio della marea nera, è il simbolo della Luisiana, rappresentato mentre nutre i figlioletti nel nido proprio nella bandiera dello Stato Americano. La Luisiana, terra martire degli appetiti petroliferi. Prima gli uragani e adesso la marea nera, il disastro che può cambiare la faccia di quella parte grandissima del pianeta e avere effetti sulla vita e la biodiversità in tutto il golfo del Messico. Ma sia chiaro, questo disastro non è creato dal petrolio. E' creato dall'uomo, dalla sua avidità. Non sono contro il petrolio, che è stato anche per un certo periodo un fattore di progresso. ma contro la sua combustione. Bruciare, è un modo stupido di produrre energia! La natura non brucia nulla (a meno che non ci pensino i piromani), ma produce energia e vita attraverso processi termochimici. Dovremmo fare così anche noi, ma purtroppo abbiamo investito somme monumentali nella ricerca petrolifera e nucleare, distogliendole dalla ricerca solare, quella che fin da subito poteva portare il mondo in un’altra direzione. E dalla ricerca sull’idrogeno. Non ho niente contro il petrolio ma esso dovrebbe essere utilizzato solo come materia prima per prodotti chimici e farmaceutici e non come fonte energetica; bisogna smettere di trivellare la superficie terrestre alla ricerca di un liquido che rende ricchi pochi potentati e impoverisce il resto dell'umanità, la imprigiona nei suoi disastri ambientali. E speriamo che questa "botta in testa" abbia fatto rinsavire Obama che recentemente sull’energia era andato un po’ "in bambola", con tutti quei potentissimi e ricchissimi lobbisti petroliferi e nuclearisti che, anche se non hanno pagato la sua campagna elettorale, hanno pagato comunque quella di tutti gli altri, democratici compresi, e che quindi lo condizionano comunque anche se indirettamente e lo costringono a compromessi al ribasso dalle sue idee di CHANGE, quando non a recedere completamente.
Il disastro della Luisiana dimostra solo che siamo una specie pericolosa per noi stessi e per gli equilibri del pianeta. Ma mettiamo in chiaro una cosa: non stiamo mettendo a rischio il pianeta (che nostro malgrado, ci sopravviverà comunque), ma stiamo mettendo a rischio la nostra sopravvivenza su questo pianeta, e quella di tante specie viventi della cui sorte non dobbiamo arrogarci il diritto di decidere!
Anche i più potenti uomini del mondo, i petrolieri, quelli che guadagnano in un giorno quanto i tre miliardi di persone più povere in un anno, davanti alle forze della natura si dimostrano per quello che sono: degli ignobili e impotenti apprendisti stregoni, pasticcioni e codardi, oltre che tirchi (perchè un sistema di sicurezza da 500 mila euro la BP se lo poteva anche permettere, credo).
Che fare allora? Tornare alla carrozza e alla candela? Chi propone questo non tiene conto che il sole manda quotidianamente sulla terra un’energia quindicimilavolte superiore ai nostri consumi giornalieri. Il sole ha sempre dato energia all’uomo dacchè l’uomo esiste (170.000 anni circa) salvo che negli ultimi cento anni della folle parentesi petrolifera, quando abbiamo risputato nell’atmosfera i depositi di carbonio formatisi nel giurassico, che avevano permesso la “pulizia” dell’involucro della biosfera, permettendo a noi di esistere, e alla terra di diventare quel “pianeta blu” unico nel sistema solare. Allora dobbiamo abbandonare il ciclo energetico del carbonio e tornare al ciclo energetico del sole, ma con nuove tecnologie, (non certo con candele e cavalli, anche se non ho niente contro le une e gli altri) mettendole a sistema, creando rapidamente una nuova infrastruttura industriale “leggera” e distribuita basata sulle rinnovabili, l’idrogeno, le smart grids, le costruzioni a energia positiva. Ci diranno che è un sogno, che non si può fare. Ma si sta già facendo. Diceva Groucho Marx “those who say that it can’t be done are kindly requested not to obtruct those who are doing it (= quelli che dicono che non si può sono cortesemente pregati di non ostruire quelli che lo stanno facendo). La Navarra è già all’80 per cento di rinnovabili come l’Aragona, dove esistono centri direzionali che vanno già a idrogeno prodotto da rinnovabili. E proprio questo fa più paura all’establishment dell’energia. L’alternativa esiste. Dobbiamo solo metterla a regime, trasformare le infrastrutture e le reti energetiche e creare l’industria delle nuove tecnologie energetiche. Ci diranno che costa un sacco. Ma costa molto di più continuare con il petrolio e le fonti concentrate, solo che sono costi che paga la collettività e non i grandi gruppi energetici. Fatti i conti giusti, con tutti i costi esternalizzati (ambiente, salute, inquinamento) la messa a regime dell’energia distribuita di fonte solare costa di meno. Rende, anche meno ai grandi speculatori, ma chissenefrega! In questa, come in tutti le rivoluzioni ci saranno vincitori e perdenti. I perdenti saranno quelli che fanno profitti astronomici con le loro fonti energetiche. E con il nostro ambiente. I vincitori saranno tutti gli altri. Compresi i cormorani della Louisiana

martedì 13 aprile 2010

Cyrano de Bergerac 2010!


Vent'anni fa un immenso Gerard Depardieu, portava sullo schermo il "suo" Cyrano de Bergerac in un indimenticabile film di Jean-Paul Rappenau. La storia del poeta-spadaccino di Guascogna scritta da Edmond Rostand nel 1897, rimane una luce di umana fierezza che squarcia le tenebre del servilismo, dell'opportunismo, della prepotenza, della meschinità, dell'ipocrisia, del conformismo e dell'arrivismo sociale. Il suo famoso monologo, scritto per la Francia del 1900, interpretato magistralmente da Depardieu nel film del 1990, e di una attualità stupefacente nell'Italia del 2010, ci ricorda che è importante "...salir anche non alto, ma salir senz'aiuto..." .

"...Orsu' che dovrei fare?
Cercarmi un protettore,
eleggermi un signore,
dell'ellera a guisa
che dell'olmo tutore
accarezza il gran tronco
e ne lecca la scorza,
arrampicarmi invece
di salir per forza?
No,grazie!

Dedicar com'usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri?
Far l'arte del buffone
pur di veder alfine
le labbra di un potente
atteggiarsi a un sorriso
benigno e promettente?
No,grazie!

Saziarsi di rospi?
Digerire lo stomaco per forza
dell'andare e venire?
Consumar le ginocchia?
misurar le altrui scale?
far continui prodigi
di agilita' dorsale?
No,grazie!

Accarezzare con mano
abile e scaltra
la capra e intanto il cavolo
innaffiare con l'altra?
E aver sempre il turibolo
sotto de l'altrui mento
per la divina gioia
del mutuo incensamento?
No,grazie!

Progredire di girone in girone,
diventare un grand'uomo
tra cinquanta persone,
e navigar con remi
di madrigali, e avere
per buon vento i sospiri
di vecchie fattucchiere?
No,grazie!

Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi?
No,grazie dell'onore!

Brigar per farsi eleggere
papa nei concistori
che per entro le bettole
tengono i ciurmatori?

Sudar per farsi un nome
su di un piccol sonetto,
anzi che scriverne altri?
Scoprire ingegno eletto
agl'incapaci, ai grulli;
alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottire
dal rumor dei giornali?
E sempre sospirare,
pregare a mani tese:
Purche' il mio nome appaia
nel "Mercurio Francese?"
No,grazie!

Calcolare, tremar tutta la vita
far piu' tosto una visita
che una strofa tornita,
scrivere suppliche,
qua e la farsi presentare? ...
Grazie no, grazie no, grazie no!

Ma...cantare,
sognar sereno e gaio,
libero, indipendente,
aver l'occhio sicuro
e la voce possente,
mettersi quando piaccia
il feltro di traverso,
per un si,per un no,
battersi o fare un verso!
Lavorar, senza cura
di gloria o di fortuna,
a qual sia piu' gradito
viaggio, nella luna!

Nulla che sia farina
d'altri scrivere, e poi
modestamente dirsi:
ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto,
pago al fiore, alla foglia
purche' nel tuo giardino,
nel tuo, tu li raccoglia!
Poi se venga il trionfo,
per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare
la piu' piccola parte,
aver tutta la palma
della meta compita,
e, disdegnado d'essere
l'ellera parassita,
pur non la quercia essendo,
o il gran tiglio fronzuto
salir anche non alto,
ma salir senza aiuto!..."

Quanti di noi in questo belpaese minzolinizzato, possono dire di essere "pago al fiore al frutto o alla foglia" raccolti nel loro giardino? E quanti invece "consuman le ginocchia misurando l'altrui scale", e facendo "continui prodigi di agilità dorsale?".
Quanti di noi in quest 'Italia sotto padrone, continuano a "far l'arte del buffone
pur di veder alfine le labbra di un potente atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente"?

sabato 10 aprile 2010

FRANCESCO E LA LANTERNA MAGICA.
C'era una volta un cavaliere senza macchia e senza paura. Soprattutto senza paura. Perchè viveva nel paese felice, su cui regnava incontrastato da tempo immemorabile il terribile grande mago della lanterna magica, e Francesco era ormai l'unico che si opponeva allo strapotere mediatico del grande mago, e di coraggio bisogna averne, per fare una cosa simile. Il paese era bello e pieno di ricchezze ma le possedeva tutte lui il mago, lui e pochi suoi amici. E però nessuno diceva niente e tutti erano contenti, perchè la lanterna magica diceva così. All'inizio, quando il grande mago era apparso dal nulla, qualcuno aveva provato a opporsi, a contrastarlo, a aprire gli occhi a suoi compaesani, ma alla fine era rimasto solo Francesco perchè il mago aveva aperto la lanterna magica davanti ai loro occhi e tutti gli altri, tutti salvo Francesco avevano smesso di protestare immediatamente e avevano subito domandato "grande mago, in che cosa possiamo esserti utili? Vuoi che ti portiamo l'acqua con le orecchie? Vuoi che ti dichiariamo eleggibile anche se sei concessionario di frequenze televisive? Vuoi che facciamo le riforme insieme a te e dimentichiamo di fare una legge contro il tuo conflitto di interessi? Vuoi che ti permettiamo di capitalizzarti in borsa uscendo dai debiti e diventando l'uomo più ricco del reame? Vuoi che ti permettiamo di occupare tutte le lanterne magiche del reame e di comparire in ciascuna di esse come il nostro benefattore? Tutto fatto!" Nel paese felice delle lanterne magiche vivevano tutti felici e contenti perchè le lanterne del grande mago dicevano che loro erano tutti felici e contenti e loro irradiati da una felicità ipnotica, si sentivano contenti anche se non avevano niente, perchè le lanterne magiche avevano detto che un giorno sarebbero stati tutti come il grande mago e i suoi amici, ricchi, felici, e circondati da belle donne, e loro, anche se erano poveri, miserabili e soli, si sentivano ricchi, felici e circondati da belle donne, e anzi, quanto più erano poveri più si sentivano ricchi, quanto più erano miserabili più si sentivano felici, quanto più erano soli, più speravano un giorno di potersi accompagnare alle belle donne patinate che il grande mago riversava virtualmente in quantità industriali nel loro salotto con le sue lanterne magiche. Quanto alle donne del paese felice, erano contente anche loro perchè o erano o aspiravano a essere donne da lanterna magica, a disposizione del grande mago. Oppure non erano a sua disposizione e allora il grande mago le dileggiava, tutti ridevano e tutto rimaneva come prima. Ma erano proprio tutti felici? Beh, proprio tutti no. Francesco, il cavaliere solitario per esempio non riusciva a mandare giù il fatto che non poteva avere la sua lanterna magica. Non che non ne avesse diritto, perchè la legge diceva che tutti potevano avere la loro lanterna magica, ma a lui, gli amici del grande mago, la lanterna magica proprio non volevano darla. l suo diritto se ne fregavano e continuavano a ignorare la sua richiesta di avere una lanterna magica. Sarà che avevano paura che con una lanterna magica non controllata dal grande mago, magari qualcuno degli abitanti del paese felice avrebbe potuto cominciare a svegliarsi dal suo torpore, sarà che temevano che i molti abitanti che non guardavano più la lanterna magica (e che erano diventati tutti viola per rabbia di non avere nessuno che li difendesse) avrebbero potuto cominciare a riconoscersi e a trovare un punto di riferimento comune per potersi ritrovare, ma insomma, la lanterna magica a Francesco proprio non volevano darla. I governi del paese felice si avvicendavano, cambiavano le persone, i gran ciambellani della lanterna magica, ma a Francesco continuavano a rispondere di no. Francesco che era un cavaliere solitario sì, ma anche testardo e persistente, e che amava seguire le regole, aveva fatto ricorso al gran consiglio del paese felice, e il gran consiglio del paese felice aveva detto che aveva ragione e che il governo gli doveva dare la lanterna magica anche a lui, ma... no, il governo del paese felice, la lanterna magica a lui continuava a non darla. Francesco si era rivolto anche al grande parlamento continentale, ma anche là, i gran mogul continentali avevano paura del grande mago del paese felice e delle sue lanterne magiche e perciò si erano girati dall'altra parte e avevano fatto finta di niente. Ma Francesco, il cavaliere solitario, continuava la sua solitaria battaglia per avere la sua lanterna magica. Diceva: "Non è giusto che gli abitanti che non la pensano come il grande mago non abbiano la loro lanterna magica, una lanterna magica che possa dire le cose come stanno e non come il grande mago vorrebbe farci credere che stìano". Ma nonostante tutto, anzi forse proprio per questo, la lanterna magica a lui proprio non volevano darla. Il popolo degli abitanti viola cominciò a uscire dalle casette di legno del paese felice, a riempire le piazze gridando contro il grande mago delle lanterne magiche, ma quegli altri, quelli che erano ipnotizzati dalle lanterne magiche del grande mago, erano sempre di più. E il grande mago dal governo del paese felice non lo spostava nessuno, anche se il paese andava sempre peggio e tutti gli altri paesi ormai lo consideravano un caso disperato e si domandavano come facessero gli abitanti del paese felice a sopportare un leader basso, ignorante, egoista e pelato come il grande mago. Ma, grazie alla lanterna magica, gli abitanti del paese felice, il grande mago lo vedevano alto, sapiente, generoso e pieno di capelli. E perciò lo amavano. E la lanterna magica del grande mago diceva che il prestigio internazionale del paese felice era aumentato vertiginosamente da quando c'era il grande mago, e allora gli abitanti erano tutti contenti perchè ignoravano di essere diventati lo zimbello internazionale e anzi erano contenti perchè il prestigio internazionale del paese felice era aumentato: l'aveva detto la lanterna magica! Ma Francesco non si dava per vinto e continuava la sua battaglia solitaria, finchè un bel giorno... Gli abitanti del paese felice si svegliarono e nel centro della piazza trovarono una bella lanterna magica nuova di zecca. La accesero e dalla lanterna magica si irradiò immediatamente una prima tenue e via via sempre più intensa luce viola e salirono alte e gioiose le note di Boogie Wonderland degli Earth Wind and Fire (http://www.youtube.com/watch?v=_jLGa4X5H2c&feature=related) su cui tutti gli abitanti cominciarono a danzare allegramente. Francesco era riuscito, dopo dieci anni di battaglie e di resistenza ad avere la sua lanterna magica. Adesso il paese felice aveva una lanterna magica che non dirà solo tutto quello che il grande mago vuole, una lanterna magica che farà vedere davvero agli abitanti quello che sta succedendo nel paese felice, quante persone non hanno niente, i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri, l'energia del paese che sta uccidendo la natura del paese, e poi gli scrittori, gli artisti, gli archeologi, gli scienziati, i giocolieri, i comici e saltinbanchi, i musicisti, i gruppi rock del paese felice tutti troveranno spazio espressivo nella lanterna magica di Francesco, e le lanterne magiche del grande mago si spegneranno ad una ad una, e dopo che si sarà estinto l'ultima casalinga novantacinquenne anche la lanterna RETE4 si spegnerà e finalmente si riaccenderà il cervello del paese felice.
Favola dedicata a Francesco Di Stefano che oggi ha vinto una grande battaglia, una battaglia per la libertà di tutti noi di avere una informazione libera e una televisione che valorizza la nostra cultura e la nostra arte. E voglio esprimere anche l'augurio che la causa di Europa 7 davanti alla Corte Europea dei diritti dell'uomo (http://www.soros.org/initiatives/justice/litigation/europa7), sostenuta anche dalla fondazione di Soros (http://www.soros.org/initiatives/justice/focus/foi/news/berlusconi-television-20100311) si concluda con una netta condanna del grande mago e dei suoi amici del paese (in) felice. Francesco, Cavaliere solitario, da oggi non sei più così solo!

domenica 4 aprile 2010


Il sito di Repubblica ha aperto un blog sulla crisi della Juve. Non ce l'ho fatta più e sono dovuto intervenire. Perchè noi italiani siamo così. Abbiamo la memoria corta. Ma ce lo ricordiamo quel criminale di Moggi e le sue telefonate? altro che Moratti, che adesso stanno cercando di sporcare ma è e rimane un gran signore. Insomma questo è quello che ho scritto in quel blog:
LA JUVE HA QUELLO CHE SI MERITA. BASTA COMPIANGERLA!

Fermo restando che, da buon romanista mi auguro che la Roma vinca lo scudetto, e l'Inter la Champions, devo innanzitutto dire che le parole di Moratti trascritte dalle intercettazioni telefoniche, rivelano solo un gran signore, e dunque paragonarlo a quel mafioso schifoso di Moggi che determinava il successo o la morte degli arbitri a seconda di quanto compiacessero agli interessi della juve, mi pare azzardatissimo, per non dire improponibile. Ma perchè abbiamo la memoria così corta? Repubblica dovrebbe "riesumare" tutte le intercettazioni di Moggi e riproporle per amor di verità. E ricordare che il coccodrillo Moggi piangeva perchè gli avevano "rubato l'anima" (mai vista tanta ipocrisia, un vero maestro del "chiagni e fotti"!) .
Ma lui si è mai chiesto quante anime pulite ha sporcato? Quanti sogni e di poveri illusi che erano convinti di aver a che fare con un gioco pulito dove il risultato lo determina il campo e non il telefono ha infranto?. Totti disse che contro la juve si giocava in quattordici, e venne deferito per questo, ma aveva ragione! Io c'ero a quel Roma Juventus del 5 marzo 2005, tre giorni dopo la morte di Calipari, quando Racalbuto, con la complicità di quel Pisacreta che prendeva ordini sul numero segreto datogli da Moggi si inventò un rigore inesistente (che grida ancora oggi vendetta al cielo) per un non-fallo fuori area di Dellas su Zalayeta che Racalbuto non volle ascoltare, perchè lui stesso diceva che il rigore non c'era e che Dellas non lo aveva toccato (ricordo ancora la scena miseranda di racalbuto che cercava di sfuggire al giocatore juventino che ingenuamente cercava di essere sportivo, perchè nella legge di Moggi non c'è posto per la sportività ma solo per l'illegalità che fa vincere la juve. ,Caro Moggi la mia anima sì che era ferita a morte quel giorno dalle tue macchinazioni, immorali e oscene! Per cui per me la juve può anche andare in B quest'anno, dove avrebbe dovuto essere comunque, se la giustizia sportiva non si fosse rivelata una farsa e avesse invece fatto il suo corso, mettendo la juve in C1 e con 20 punti di penalizzazione, altro che "B" più sconti vari. Per quel che mi riguarda, quel che sta succedendo oggi alla juve è soltanto la dimostrazione che la giustizia divina esiste, e funziona molto meglio di quella farsa tragicomica e vigliacca che è la giustizia sportiva. E adesso un'ultima cosa: chissenefrega della juve. Vogliamo parlare di questa magnifica Roma dei 22 risultati utili consecutivi e della sua rimonta mostruosa all'Inter da meno 15 a meno 1 ? E poi fatemi dire: li avete visti bene i tifosi della juve? Contestazioni continue, inneggiamenti a Moggi e ai suoi campionati truccati, razzismo esasperato ("non ci sono negri italiani"...!?) violenza contro i loro stessi giocatori: meritano la B anche loro! Anzi l'interregionale.

mercoledì 24 marzo 2010

Pier Camillo Davigo for President (o almeno for Minister of Justice)

"Va bene, lo scherzo è finito, Angelino, lascia stare quella toga e ritorna alla tua salumeria, il vero Ministro della Giustizia è arrivato. Prego dottor Davigo, si accomodi nel Suo Ministero". In un Paese normale, questo sarebbe più che un semplice sogno irrealizzabile, ma la cosa più normale. Misurato, sensato, competente e informatissimo, Piercamillo Davigo seduto sul divano rosso della Dandini è una vera e propria epifania. Salta con una proprietà di linguaggio mostruosa, e un asciutto senso dell'humor dalla descrizione del suo primo caso di corruzione, il cui protagonista gli rivela che la corruzione è talmente generalizzata che ci vuole coraggio ad essere onesti ("bisognerebbe vivere in un Paese dove ci vuole coraggio a fare il delinquente non la persona onesta!"), alla spiegazione di come i condoni e le amnistie periodiche devastano il senso della legalità ("se le case abusive venissero abbattute sistematicamente nessuno più le costruirebbe!"). In tutta l'intervista non si menziona mai Berlusconi, ma tutta l'intervista E' su Berlusconi e sul deleterio effetto che ha avuto il berlusconismo sul senso di legalità di questo povero Paese. Sto sognando Piercamillo Davigo a largo Arenula. Per piacere non mi svegliate!

lunedì 22 marzo 2010

Il "buon maestro" del nostro attimo fuggente

Ho frequentato il liceo classico a Brindisi dal 1972 al 1976. Anni in cui la spensieratezza e l'incoscienza si confondevano. Anni in cui si formavano amicizie che hanno attraversato i decenni. Anni in cui, alcuni di noi hanno avuto la fortuna di avere Elio Galiano come professore di Storia e Filosofia. Gigi, Michele, Arnaldo, Tommy e Angelo furono la linea maginot della coscienza che si formò grazie alla capacità del professor Galiano di usare la conoscenza non come mero nozionismo ostentativo ma come fattore di stimolo per il nostro spirito critico. Mai una caduta di tensione, con lui, mai un momento di banalità, di conformismo. In quegli anni le lezioni di Elio erano boccate d'aria pura in cui sentivamo la nostra anima liberarsi dei pregiudizi di cui era infarcita e "respirare", in cui vivevamo la ricerca di noi stessi con una intensità che poi avrei rivissuto solo col film "L'attimo fuggente", sempre fatte le debite differenze di epoca e di situazione. Sono rimasto in contatto con Elio, e ogni tanto mi arrivano alcune sue riflessioni via email. L'ultima, su autoritarismo, legalità e moralità, mi ha riportato indietro a quel tempo e mi ha ricordato quanto devo a Elio Galiano per quello che sono oggi. Ho deciso di rendere omaggio al mio Professor Keatin/Robin Williams, al mio buon maestro Elio Galiano (raffigurato nella foto com'è oggi senza la proverbiale pipa col tabacco "Clan"), condividendo con tutti voi che avrete la pazienza e la curiosità di leggerle, queste sue profonde riflessioni, e lo saluto di cuore con un "Capitano mio capitano!"
Buona lettura!

Autoritarismo: illegalità o immoralità?
by Elio Galiano

Nella mia lunga carriera di insegnante mi sono sempre preoccupato di spronare gli studenti alla ricerca di essere se stessi. Ho sempre “piegato” le discipline che insegnavo (filosofia e storia) a strumenti per questa ricerca. I contenuti disciplinari erano scelti per questa finalità. E la storia e la filosofia ne offrono a iosa. Basta pensare a Socrate che spronava al dialogo, certo che ognuno di noi può essere protagonista della ricerca della verità. E chi non ha gridato nelle piazze, negli incontri, nelle discussioni “Conosci te stesso” se non Socrate? Basta pensare a Kierkegaard che, indicando una via tutta in salita per la ricerca di Dio e valorizzando la singolarità di ciascuno di noi, ha riproposto l’essere se stessi. Basta pensare all”Aude gnoscere” di Kant e alla sua convinzione che la sorgente della legge morale è nella nostra coscienza soggettiva. E nella storia basta rintracciare in infinite situazioni ed eventi il grido della libertà. Mai un’operazione di indottrinamento, come condizionamento spirituale,che si sostituisce o si sovrappone ad altri condizionamenti. Mai occasioni per il nozionismo che in pratica è una dispersione dell’io.
Nei primi incontri con gli studenti constatavo che erano infarciti di pregiudizi, di luoghi comuni, di generalizzazioni o di analogie. Dopo pochi incontri notavo in loro uno sbigottimento e avvertivo che la loro anima respirava e tendeva ad essere se stessa e non più copia di qualcuno. Io sentivo il dovere di scardinarli dal sentito dire, dall’abitudine. Ognuno di noi è una proposta irripetibile, benché l’infinita moltitudine di esseri. Salvaguardare la propria unicità è la vera ricchezza. Ciò che fecero Budda e S. Francesco, quando abbandonarono gli agi e rifiutarono la ricchezza.
Oggi in cui dilaga sempre di più una nuova alienazione: la riduzione dei soggetti ad attori inerti del mercato, che si regge sui bisogni indotti e non naturali e fondamentali, è facile intorpidire le coscienze, impedire la ricerca di essere se stessi, con la menzogna, con false promesse con fantasmagoriche illusioni allestite dalle trasmissioni televisive. Oggi è in atto non solo il deprecato fenomeno dell’accentramento dei poteri, ma la divinizzazione del premier. Proprio in virtù di tale fenomeno si rinuncia a pensare con la propria testa, si fanno proprie le frasi, come se fossero verità solari, le considerazioni, le valutazioni espresse dal “capo”, considerato fra l’altro dotato di potere salvifico. Si considerano valori gli espedienti illegali praticati dal capoclan.
A tutto ciò io mi ribello.
La più grande scoperta, predicata da Gesù, è il valore della persona. Dopo tale scoperta non ci dovrebbe essere servi o schiavi. Il valore-persona è la via per essere se stessi, al di là del ruolo sociale o politico.
Ciò che accade oggi nel nostro paese non è solo illegale, ma soprattutto immorale. Il soffocare la possibilità di essere se stessi, il vivere all’ombra di altri, l’oscuramento delle coscienze è contro la morale.
Le parole di Jaspers, qui di seguito riportate, chiariscono meglio le conseguenze della rinuncia a se stessi e i pericoli dell’autoritarismo (Psicologia delle visioni del mondo).

“In una situazione di autoritarismo si verifica un assoggettamento incondizionato all’organizzazione, la rinuncia a porre in questione ogni cosa che rientra nel campo dell’autoritario (il sacrificio dell’intelletto), la rinuncia alla viva scelta personale, la coscienza di essere al riparo in un altro. La propria persona è cosa di nessun conto, priva di forza e viene salvata solo mercé il termine oggettivo autoritario. La mancanza di fiducia nella propria personalità si collega con un’esigenza anzi con un bisogno vero e proprio di consegnare in gran parte la propria personalità col negarle qualsiasi possibilità di critica e di autonomia.
Questa visione del mondo è propria di tutti gli stati di sviluppo primitivi”.